22/03/2018, 11:54



L’Adolescente-e-l’Alcool:-Il-Fenomeno-del-"Binge-Drinking"-


 



L’adolescenza è una fase di crescita fondamentale perl’ individuo , contraddistinta da numerose conquiste e scoperte, si acquisisce infatti,  una nuova visone della vita a cui ci siapproccia  con maggiore indipendenza econ grande entusiasmo. Spesso però si sente parlare di adolescenza in terminidi crisi, ogni cambiamento porta con sé aspetti problematici o dolorosi e puòessere fonte di stress. La fase adolescenziale è ricca di questi cambiamenti,che avvengono non solo sul piano fisico, ma investono i ragazzi nella lorointerezza, si parla spesso appunto di crisi adolescenziale.  Gli adolescenti spesso hanno bisogno di formareuna compagnia extra scolastica, senza la presenza o la mediazione degli adulti.Anche questo fa parte del processo di formazione e affermazione della propriaidentità. Ci si riconosce con i propri coetanei e si sente il bisogno di essereaccettati e integrati. Il gruppo può dare sicurezza, ma può anche spingere adassumere atteggiamenti poco spontanei o a "bruciare delle tappe", perdimostrare agli altri di essere grandi, "essere capaci di..." osemplicemente per dimostrarlo a se stessi. Diviene fondamentale sposare tuttele scelte e le mode che "il gruppo" impone, anche le meno corrette e sane. Etra le mode, o meglio cattive abitudini, diffuse tra i nostri adolescenti vi èl’eccessivo consumo di alcool, il cui potenziale pericolo viene valutato solo,purtroppo con rammarico, nel corso di un evento drammatico o con il trascorreredel tempo, quando ci si rende conto dei danni che questa sostanza ha creato.  A tal proposito si sente piu’ spesso parlare delfenomeno del Binge drinking  (abbuffata alcolica), contraddistinto  da un consumo di più bevande alcoliche in un arco di tempo estremamentelimitato. Lo scopo di tale assunzione è l’"ubriacatura" e, anche i ragazzi chebevono saltuariamente o assai di rado, in tale occasione, tendono ad assumerepiù di 6 bicchieri di seguito. Questo disturbo è stato sicuramente favoritodalla moda dilagante dell’happy hour, durante la quale i giovani si incontranoper bere alcolici, spesso ad un prezzo scontato. E’ necessario considerare lapericolosita’ di tale fenomeno. Basti pensare a quanti comportamenti a rischiosia associato il consumo di alcol durante l’ adolescenza pensiamo ad attivitàsessuale precoce, assenze scolastiche ingiustificate  riduzione delle prestazioni scolastiche, laviolenza, il bullismo . Inoltre l’ uso di alcool   interferisce con il normale sviluppocognitivo, emotivo e sociale  degliadolescenti, oltre ad essere legato a una serie di disordini psichiatrici e alfenomeno della delinquenza giovanile. A ciò si deve aggiungere il fatto checoloro che iniziano a bere prima dei 15 anni di età hanno un rischio 4 voltemaggiore di sviluppare alcol dipendenza in età adulta. Quindi stabilite tuttele conseguenze negative che il consumo dell’ alcool  puo’ provocare nei giovani , è necessariopensare di costruire una rete di collaborazione tra le varie agenzie educative perla conoscenza e la prevenzione di questo dilagante fenomeno.
17/03/2018, 18:19



"Mamma-dammi-la-tua-mano"---La-relazione-primaria-come-trampolino-di-lancio-sul-mondo


 



Nelle strutture genitore-bambino di Utopia 2000 che ospitano madri con i propri figli, si lavora principalmente per ilraggiungimento di specifici obiettivi postulati nel PEI (progetto educativo individuale) che viene elaborato dall’equipeper ciascun nucleo residente nella struttura. Gran parte del lavoro dunque non può prescindere da una costante edoculata osservazione della diade madre-figlio, dalle caratteristiche che la contraddistinguono, dalla valutazione dellerisorse delle persone coinvolte nella relazione duale.La relazione madre-figlio, o più genericamente la relazione tra il caregiver (colui che si prende cura) e il bambino, èstata oggetto di studio e di riflessioni già dagli anni ’60 del secolo scorso quando Harlow dimostrò che il legame deipiccoli di scimmia alla loro madre era una forma di relazione indipendente dalla necessità del piccolo di riceverenutrimento. Da questi primi studi, nacque poi "la teoria dell’attaccamento" di J. Bowlby, medico e psicoanalista inglesedel ’900, che propone un nuovo modello psicopatologico in grado di dare indicazioni generali su come la personalità diun individuo cominci ad organizzarsi fin dai primi anni di vita. La teoria dell’attaccamento fornisce un valido supportoper lo studio di fenomeni legati a storie infantili di gravi abusi e trascuratezza, correlate con lo sviluppo di un ampiospettro di disturbi di personalità, sintomi dissociativi, disturbi d’ansia, depressione e abuso di sostanze alcoliche estupefacenti. Ovviamente, l’eventuale insorgenza di disturbi psicologici più o meno gravi non devono essere consideraticome una conseguenza diretta di una relazione primordiale deficitaria con la figura di accudimento, ma come un fattoredi rischio soggetto a modificazioni dettate da elementi ambientali. L’esistenza di una persona non può essereconsiderata in un’ottica lineare di causa-effetto, quanto più dobbiamo considerare i fattori che in modo circolareintervengono nella vita di ognuno di noi.Esiste quindi un’organizzazione psicologica interna con caratteristiche specifiche che comprendono schemi di sé e dellafigura di attaccamento. Secondo Bowlby il legame del bambino alla madre è il prodotto dell’attività di diversi sistemicomportamentali che sfociano nel tentativo di mantenere una vicinanza costante del bambino con la madre.Il comportamento di attaccamento è quindi attivato da una situazione di separazione dalla figura primaria (la madre o ilcaregiver), o dalla minaccia di essa, ed è eliminato con la nuova vicinanza. La madre rappresenta per il figlio una "basesicura" consentendo al bambino di sentirsi pienamente protetto, accettato e sostenuto, cosa che gli permetterà dirimanere da solo ad esplorare il mondo circostante senza timore. Per rendere più comprensibile questo legame naturaletra madre e bambino potremmo provare ad immaginare un uccellino che spicca i suoi primi tentativi di volo autonomo:durante le prove di volo potrà temere di non farcela, sentirsi impaurito ma nei momenti di tentennamento, sarà accoltocon amore e tenerezza da una madre sensibile e pronta a dargli il sostegno e rifornimento emotivo di cui il piccolonecessita. O ancora, pensiamo a un bambino che ai suoi primi passi un po’ traballanti inizia ad esplorare la stanza in cuisi trova; il piccolo potrebbe cadere ed avere paura di rimettersi in piedi, dunque rivolgerà uno sguardo alla madre e se inlei troverà un morbido sorriso e una carezza in grado di restituirgli una rassicurazione nelle proprie capacità, non avràpaura di provare a rialzarsi e proseguire la sua scoperta del mondo.La biologia evoluzionista e l’etologia dimostrano che la vita sociale dell’uomo si sviluppa, nel corso dell’evoluzione,attraverso la comparsa progressiva di sistemi funzionali, cioè sistemi di controllo del comportamento sociale, chemediano diversi tipi di interazione. Tra i sistemi di regolazione delle interazioni sociali, il sistema di attaccamento,regola la ricerca di vicinanza protettiva ai conspecifici (ovvero ai nostri simili) quando ci si trova in condizioni disofferenza, pericolo e vulnerabilità. Questo sistema è innato, ed influenza notevolmente i primi anni di sviluppocognitivo, emotivo e sociale del bambino: in risposta a segnali verbali e non verbali emessi dal genitore, il bambinorisponderà con messaggi allo stesso modo più o meno verbali, ma con un alto contenuto emotivo.L’attaccamento è quindi un sistema biologico, che consente al bambino di crescere, diventare adulto, riprodursi e cosìmantenere e trasmettere il proprio patrimonio genetico. Una serie di comportamenti innati (il sorridere, il piangere, lasuzione, la prensione) aiutano il piccolo a mantenere il più possibile la vicinanza alla figura di accudimento non solo perricevere il nutrimento, ma anche come modalità primaria per assicurarsi protezione, serenità, calore affettivo, sensibilitàda parte della madre. Una madre responsiva ai bisogni del bambino, gli garantirà una sicurezza emotiva tale per cui ilpiccolo potrà sentirsi libero e sicuro di esplorare il mondo circostante, creare relazioni positive con gli altri, separarsidalla figura di attaccamento in modo sereno ma sicuro di poterci ritornare in caso di necessità e bisogno.Compito biologico e psicosociale della figura di attaccamento è quello di svolgere nei confronti del bambino il ruolo diun porto sicuro da cui si possa affacciare verso il mondo esterno e a cui ritornare «sapendo che sarà il benvenuto, nutritosul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato. In sostanza questo ruolo consiste nell’esseredisponibili, pronti a rispondere quando chiamati in causa, ma intervenendo solo quando è chiaramente necessario». Dunque ne consegue, che il modo in cui la madre risponde ai bisogni del figlio, influenzerà moltissimo non solo il sensodi sicurezza e protezione che il bambino sente di poter ricevere dalla madre nella sua scoperta del mondo, ma anche lesue capacità future di fronteggiare le richieste esterne sempre più impegnative. Se avere un attaccamento sicurosignifica godere di sicurezza e protezione, avere un attaccamento insicuro implica una moltitudine di emozioniconcomitanti e contrastanti verso la propria figura primaria, quali amore, dipendenza, paura del rifiuto, vigilanza eirritabilità. Nel prossimo articolo avremo modo di conoscere quali sono i pattern emotivi e comportamentali dei bambiniche non godono di un attaccamento sicuro verso la figura primaria di accudimento e le conseguenze dei diversi tipid’attaccamento e quali sono i meccanismi che si attivano all’interno di questa relazione particolare.
08/03/2018, 11:35



La-psicomotricità,-questa-illustre-sconosciuta...


 



Cubi e parallelelepipedi colorati,grandi palle di gomma,materassi di tutte le altezze ma anche libri pastelli, cere, plastilina...etanto altro colorato materiale questo il setting di una sala di psicomotricitàun luogo dove il bambino attraverso il corpo e le sue funzionitonico-emozionali attiva tutti i suoi processi cognitivi,affettivi erelazionali sviluppando così un percorso di crescita e di sviluppo di se.Attraverso il dialogo tonico ,lo psicomotricista indirizzail bambino a conoscere se stesso e l’ ambiente e ad acquisire modalitàrelazionali che accrescano il suo senso di fiducia nelle risorse del propriocorpo e nelle risposte dell’ altro.Si muove nell’ ambiente calibrando le proprie capacità visuospaziali, le capacità di lateralizzazione e di orientamento corporeo masoprattutto parla, attraverso il gioco del suo vissuto di tutte le angoscieprimarie e dei suoi’ fantasmi di azione’come li chiama il padre dellapsicomotricità Bernard Aucouturier.Un fantasma di azione è la rappresentazione inconscia di un’ azione,è il piacere e il desiderio di ricreare l’ oggetto e di agire su dilui....è la coperta di linus,l’ orsacchiotto quello che noi educatori  definiamo oggetto transizionale.Nel setting psicomotorio i fantasmi di azione permeano lasala, attraverso il gioco senso motorio il bambino riproduce i suoi desideri eci svela le fonti del suo piacere.Può cullarsi tra i cuscini in posizione fetale ricreando unnido protettivo quasi gestazionale,può lanciarsi dalle spalliere audacementealla ricerca del piacere nel lasciarsi andare e perdere il controllo,puòcostruire rifugi con il materiale da cui non vuole uscire o al contrariodistruggere tutto ciò che reputa ostacolo o costrizione.E’ in questo modo che il bambino ci parla e in questo modolo psicomotricista,lavorando in rete può, dove necessario, intervenireutilizzando un dialogo tonico-emozionale, il linguaggio non verbale e il giocosimbolico.Lavoro con progetti di psicomotricità in vari ambiti dall’educativa a quella in relazione di aiuto e ogni volta rimango stupita di quantoriesco a sapere del bambino dopo qualche seduta.Ho osservato diadi ritrovare,dopo un percorso psicomotorio insieme,la capacità di giocare,direlazionarsi,semplicemente di toccarsi,ho visto bambini inibiti emotivamente oa livello motorio mettersi in gioco richiamati da quell’ ambiente nonprestazionale che era pronto ad accogliere qualsiasi sensazione o emozione visi portasse senza giudizio e senza richiesta.La psicomotricità è un importante pratica da portare dentrole strutture per l’ infanzia,nei nidi e in tutti quei luoghi che si occupano dibambini semplicemente perché dà voce al bambino che verbalizzafaticosamente,che non riesce ad esprimere fino in fondo le sue angoscie, le suepaure piccole o grandi che siano.Tutto questo trova i suoi presupposti teorici negli studi diWallon e Piaget .Grazie ai loro lavori è emersa la nozione di un’ unitabiologica dell’ individuo:l’ attività motoria e la psiche non costituisconocioè due campi distinti ma rappresentano l’ espressione unitaria della relazionetra individuo e ambiente.Questi autori sottolineano con forza il ruolo centraleche il movimento esercita nello sviluppo del bambino.Nel movimento,e in paricolare nel suo aspetto tonico,Wallonintravede i fondamenti della comunicazione con l’ altro e Piaget, nella logicae coordinazione delle azioni,la strutturazione dell’ intelligenza.La teoria psicoanalitica poi ha fatto compiere un notevolesalto epistemologico introducendo il concetto di conversione che, essenzialmente,consiste nel tentativo di risolvere il conflitto psichico in sintomi somatici,sensoriali e motori.Ci sono presupposti scientifici insomma dietro ciò chesembra ’semplicemente’ un gioco...


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